Il Sole 24 Ore - 12.05.2008
PRESSIONE FISCALE INTOLLERABILE: COSI' L'IMPRESA SOFFOCA
di Federico Vitali – Presidente Confindustria Marche
18.08.2007
Le Marche sono caratterizzate da una elevatissima presenza di Pmi che, dati recenti, hanno dimostrato di sapere affrontare le sfide economiche economiche di oggi. Questa tipologia aziendale è la più colpita da un prelievo statale che raggiunge livelli parossistici e, nella mia veste di presidente di Confidustria Marche, auspico che, perlomeno sotto questo aspetto il rapporto Stato-impresa vega ripensato.
La stampa da notizia della disponibilità del Governo a ridurre la tassazione sulle imprese in cambio di una razionalizzazione degli incentivi attualmente erogati alle imprese stesse.
Tale notizia non può che far piacere sia per la prospettiva della riduzione del prelievo fiscale che per l'ipotesi di migliorare il sistema degli incentivi puntando su semplificazioni e automatismi, ciò perchè ritengo che una seria politica per le imprese non possa essere fondata sui sussidi quanto piuttosto su meno imposte e meno vincoli.
A parte ciò ho l'impressione, e penso che la gran parte dei colleghi imprenditori e degli economisti abbia la stessa opinione, che il nostro sistema fiscale sia profondamente iniquo e probabilmente caratterizzato da presupposti di incostituzionalità.
Sulla iniquità non ci sono dubbi.
Lo Stato, pur disponendo di oltre 90 mila persone per la gestione e il controllo del sistema fiscale, è incapace di scovare gli evasori e di far pagare le tasse a tutti coloro che dovrebbero e preleva da coloro che subiscono la concorrenza sleale degli evasori fiscali oltre il 60% del reddito d'impresa. Questo nelle situazioni normali, infatti il prelievo fiscale va ben oltre, fino a superare il 100% nelle imprese con alta incidenza dei costi della manodopera e degli oneri finanziari.
Legittimamente si può dubitare della logicità e della coerenza di governanti che mentre prelevano in tale misura in contemporanea auspicano che le imprese investano massicciamente in ricerca ed innovazione per vincere sfide planetarie.
Ne deriva una domanda: se si rende difficile alle imprese rafforzare la loro dimensione finanziaria e patrimoniale, con quali risorse possono poi realizzare i necessari investimenti?
Questo sistema di tassazione fa avere la sensazione che si voglia impedire: alle imprese di crescere; al piccolo e medio imprenditore, che oggi è ancora nella parte bassa della piramide sociale, di salire verso l'alto.
Ma l'aspetto che vorrei rimarcare è quello della dubbia legittimità costituzionale del nostro sistema fiscale.
L'art. 53 della Costituzione recita: tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva, il sistema tributario è informato a criteri di progressività.
Quindi pone un principio fondamentale: il prelievo fiscale dello Stato deve colpire fatti che siano espressivi di capacità contributiva e deve essere informato a criteri di progressività. Nel nostro sistema giuridico gli indici di capacità contributiva sono il reddito, il patrimonio, il consumo.
Recentemente la Corte Costituzionale con sentenza 156/2001 ha affermato che rientra nella discrezionalità del legislatore la determinazione dei singoli fatti espressivi della capacità contributiva, ma anche questa pronuncia della Corte non può superare la profonda immoralità del nostro sistema fiscale che impone un'insieme di tributi da pagare a prescindere dall'utile conseguito, anzi spesso meno si guadagna, più si paga.
Le prestazioni a carattere generale che lo Stato fornisce ai cittadini ed alle imprese debbano essere remunerate in funzione della accertata capacità contributiva oltre che in maniera progressiva e non in funzione dei costi.
Non si può più tollerare l'esistenza di una imposta che ha come base l'imponibile non solo il reddito ai fini Ires ma anche il costo del personale, quello dei soggetti parasubordinati ed il costo degli interessi passivi pagati alle banche.
Se il costo diviene un fattore produttivo da tassare provocatoriamente ci si può chiedere: perchè non tassare anche i costi delle materie prime e dell'energia utilizzata?
La mia riflessione non è legato solo all'Irap, che ritengo comunque una imposta assurda perchè anti-impresa, quanto piuttosto al tipo di atteggiamento che caratterizza da decenni Governo e Parlamento: si parla sempre di prelievi e mai di riduzione di costi.
Non è più tollerabile che l'impresa venga considerata una mucca da mungere, che si continui a prelevare anche dai costi o che costi reali non vengano considerati ai fini della determinazione del reddito.
Serve un segnale forte per far fronte alla concorrenza internazionale: la pressione fiscale italiana è tra le più alte d'Europa e del mondo, e se consideriamo gli altri gap negativi (burocrazia, infrastrutture, scuola) abbiamo come risultato un marketing internazionale inverso; ovvero invitiamo gli investitori internazionali a non venire in Italia e contemporaneamente incentiviamo la fuoriuscita dal nostro Paese di gruppi italiani con tendenze internazionali. Ciò è esattamente il contrario di quello che uno Stato dovrebbe fare.