Il Sole 24 Ore - 09.09.2008

IN RUSSIA MENO VINCOLI PER LE PICCOLE IMPRESE
Strategie-Europa dell'Est
La crisi del Caucaso mette in forse lo sviluppo dell'economia.
Ma il Pil non dovrebbe scendere sotto il 6% nel 2010.

Accesso al credito ancora difficile.
Orizzonte 2020 per gli interventi.
di Sergio A. Rossi
Mosca - Anche gli imprenditori russi reagiscono alla recente tensione politica nei rapporti tra Mosca e l'Occidente alla luce della crisi nel Caucaso. “Noi riteniamo impossibile immaginare oggi l'economia mondiale senza la Russia: decine di migliaia di società straniere operano in diverse regioni del nostro paese. Grandi investimenti sono già stati fatti, e gli imprenditori russi – inclusi i piccoli e medi – hanno iniziato ad entrare attivamente nei mercati esteri, apprendendo le più moderne forme di gestione dell'economia di mercato. Per questo, riteniamo necessario appellarci ai nostri partner degli Stati Uniti e in Europa proponendo non solo di non ridurre, ma di aumentare la nostra collaborazione”. Sergey Borisov, presidente di Opora Rossii, tra le maggiori associazioni di piccole e medie imprese russe, intervenendo a Mosca il 5 settembre a una tavola rotonda con gli industriali tedeschi, non ha dubbi. Gli imprenditori devono far fronte comune contro “i meccanismi di controllo di tipo non-imprenditoriale”, politici od amministrativi, che tendono a limitare la libertà d'impresa o a dettare i Paesi con cui fare affari o meno.
Che la piccola impresa trovi un proprio ruolo significativo nell'ulteriore sviluppo dell'economia russa è ormai un credo ufficiale dello stesso Cremlino. “D'ora in poi le piccole imprese non dovranno essere considerate semplicemente come soggetti fiscali...ma come strumento per il rinascimento della Russia” aveva sottolineato il presidente Dmitri Medvedev il 1° agosto concludendo a Smolensk un'apposita riunione con ministri federali e dirigenti regionali sulla protezione delle piccole imprese. E aveva proseguito: “Anche se potessimo coinvolgere nell'attività reale solo il 40-50% della gente, noi avremo assolutamente un altro Paese”.
Il Presidente russo alludeva a una prospettiva al 2020, in cui alla crescita della piccola impresa si associa anche quella della nuova classe media, con tutte le implicazioni sociali del caso per la stabilità del Paese. In effetti, almeno ufficialmente, oggi la piccola impresa russa non impiega più del 13-14% degli occupati, e nell'attuale boom economica e industriale non figura come un protagonista importante, quando in altri Paesi svolge invece un ruolo cruciale. Nella Federazione russa, la media è di una piccola impresa ogni 122 abitanti (1,16 milioni di piccole imprese su 142 milioni di abitanti), cioè inferiore di 7 volte alla densità italiana. Certo, le piccole aziende fino a 100 addetti sono aumentate da 952.500 nel 2004 a 1.137.000 su 4,67 milioni complessivi di imprese a fine 2007, ma la loro crescita numerica è stata di appena il 3-5% nel 2005-06, e ha superato il 10% solo nel 2007.
Così, i tassi di sviluppo non sono stati significativamente superiori alla media delle imprese, fatta eccezione per l'anno scorso. In valore assoluto, il fatturato delle piccole imprese russe nel 2007 è stato di quasi 441 miliardi di euro, cioè quasi il 25,9%, ma nel 2005 la percentuale è stata del 26,4. A un quarto del fatturato delle imprese russe, corrisponderebbe però nemmeno il 17% del Pil, con una previsione di salire al 18% nel 2008, certo un progresso rispetto al 12,7% del 2004, ma al di sotto degli obiettivi del cosiddetto “Piano Gref”, allora ministro dell'Economia ed oggi presidente di Sberbank, che nel 2005 aveva previsto per le Pmi di arrivare al 20% del Pil proprio quest'anno.
In realtà cifre affidabili per le piccole imprese russe non ci sono. Talune stime, che tengono conto dell'economia parallela (30-40% e oltre di quella ufficiale), indicano che il numero reale di Pmi sfiorerebbe i 3 milioni, e quindi l'incidenza sul Pil sarebbe già oltre il 25 per cento. Da poco poi sono emerse le prime statistiche ufficiali sulle imprese tra i 16 e i 100 dipendenti, che al 1° aprile erano 278mila, coprendo il 24,8% del numero di piccole imprese, incluse quelle fino a 15 addetti, definite ora “microimprese”.
Il nemico numero pubblico delle Pmi russe sono tuttora i burocrati municipali e statali, nonché le varie autorità di controllo: a parte le complesse procedure per le licenze, le verifiche dei vigili del fuoco, ispettori sanitari, ispettori fiscali, e così via (con le implicite “mance”) avvengono varie volte l'anno. Per questo lo stesso Medvedev ha ingiunto di smettere di “cauchemarizzare”, la parola russo-francese per “creare incubi” o perseguitare, le piccole imprese. Ciò attraverso un decreto del 14 maggio che limita il numero massimo di controlli a uno ogni tre anni, su decisione della Procuratura, e introduce la registrazione delle imprese attraverso notifica propria, oltre all'assicurazione obbligatoria, sostituendo la procedura di licenza a pagamento.
Un secondo forte problema è la disponibilità di affitto o vendita immobili commerciali a prezzi accessibili alle Pmi ad opera delle autorità municipali e regionali, che spesso “privatizzano” tali spazi, facendone salire artificialmente i costi. Un terzo problema è il fabbisogno di credito delle Pmi russe stimato oggi sugli 850-1000 miliardi di rubli (23-27 miliardi di euro) da Elena Makhoti, direttore del dipartimento per le Pmi della Sviazbank di Mosca. Questo significa 7-8 volte i livelli attuali di finanziamento.
Tuttavia, quasi il 70% delle piccole imprese russe non ricorre al credito bancario, per vari motivi: in primo luogo i tassi di interesse elevati (16-17%, contro l'11% del tasso di sconto nominale), mentre le banche esitano ad accordare crediti a lungo termine per acquistare un negozio o immobile, anche perchè le procedure e garanzie giuridiche in merito presentano troppe lacune.
Infine, le Pmi russe, e in particolare le microimprese, sono eccessivamente concentrate come fatturato nel commercio (71-64%) e poco nell'industria manifatturiera o nei servizi come turismo e sanità.




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