MF - 18.09.2008
QUEL FALLIMENTO CON A+ è UNA NEMESI DEL RATING
Commenti & Analisi
di Edoardo Narduzzi
Il crack finanziario del secolo farà ancora discutere scrivere per molto tempo. Un simbolo storico del capitalismo d\'affari americano, Lehman Brothers, è fallita come un normale tour operator o una linea aerea. Di solito si presume che chi maneggia denari altrui sia più capace e informato per evitare di imbarcarsi in rischi eccessivi. Invece la pratica dei mercati insegna una lezione diversa: l\'azzardo morale e speculare con soldi altrui è forte tra i manager plurimilionari americani quanto tra gli appassionati nelle sale inglesi dove si raccolgono le scommesse sportive. L\'illusione che una formazione più colta possa contenere l\'istinto al facile guadagno è rimasta per sempre sotto le macerie del crollo del muro di Wall Street. Il fallimento di Lehman è stato accompagnato da peculiarità che meritano un approfondimento. Fino al momento della dichiarazione di insolvenza il rating della banca Usa è rimasto al livello A+, un valore di tutto rispetto. Questo rating garantiva obbligazioni e contratti classati nel mondo della banca americana e influenzava le decisioni d\'investimento. Il dissesto di Lehman si è trascinato per moltissime settimane ma il rating, incredibilmente, non è cambiato. Possibile che nessuna agenzia di rating avesse comprensione della situazione di dissesto e del fatto che i titoli erano ormai dei junk bond? Com\'è spiegabile che Lehman abbia potuto, fino al momento del fallimento, beneficiare di un rating che presumeva un livello di capitale proprio della banca tipico delle istituzioni in buona salute? Le agenzie di rating dopo le vicende Parmalat ed Enron sono da tempo sul banco degli imputati. Esiste un monopolio mondiale americano in questo tipo di servizio ed è assai probabile che la moral suasion di Washington, Fed e Tesoro Usa, abbia giocato un ruolo non secondario nella vicenda di specie. Forse è stato chiesto alle agenzie di rating di non modificare i giudizi per non ostacolare l\'opera di salvataggio in corso. Quando poi è stato deciso di far fallire Lehman era troppo tardi per aggiustare i cocci: mercati chiusi per pausa domenicale. Nel frattempo Lehman ha potuto beneficiare di un rating elevato ed ha evitato le necessarie ricapitalizzazioni: serviva capitale fresco al rating effettivo della banca per poter continuare ad operare sui mercati, aumento di capitale che evidentemente non era percorribile. Lasciando il rating ad A+ la banca fallenda ha beneficiato di un implicita ricapitalizzazione, tutta sulla carta e tutta a discapito dei risparmiatori.
Fatto sta che la vicenda del crack Lehman evidenzia due anomalie del capitalismo contemporaneo. Il monopolio Usa nel servizio di rating finanziario con evidenti ricadute sulla raccolta e l\'allocazione del capitale mondiale, la difficoltà da parte delle stesse agenzie d\'intervenire tempestivamente nei cicli di accelerazione negativa, soprattutto quando in gioco sono gli interessi economici e politici americani. Chissà quale sarebbe stata la condotta delle tre agenzie monopoliste statunitensi se, invece di Lehman Brothers, in difficoltà per mesi si fosse trovata una banda d\'affari cinese, russa o tedesca? Ci sarebbe stata anche nei loro confronti un\'apertura di credito tanto generosa da farle fallire con il rating immutato? Realisticamente riteniamo che non sarebbe accaduto, ma la controprova non esiste ovviamente.
Resta il fatto della difficile sostenibilità degli attuali equilibri del mercato del rating mondiale. Crollato il muro di Wall Street, il monopolio delle agenzie americane appare sempre di più come un residuato della guerra fredda e del perduto primato del capitalismo finanziario Usa. Un monopolio troppo piegato al servizio degli interessi geopolitici della superpotenza ridimensionata. Ma ora l\'Ucraina si riavvicina alla Russia; Cina, India e Brasile marciano verso “l\'indipendenza”finanziaria e niente di meglio dell\'A+ di Lehman simboleggia il cambiamento in arrivo.