- 01.12.2008
IL COMMENTO
di Cesare Scotoni
LA CRISI GLOBALE VISTA DA MOSCA
Oggi ci viene proposto uno scenario dove una crisi globale innescata da chi, negli Stati Uniti ed in Inghilterra ha finanziato fino al 100% l’acquisto di beni durevoli e voluttuari senza chiedere garanzie collaterali ed ha trasferito quel rischio ad altri costruendo dei prodotti d’investimento ad elevato rating ed interessante rendimento.
Quando la bolla immobiliare statunitense, dopo diversi anni di crisi annunciata, ha finalmente ridimensionato i valori di quel mercato, si è scoperto che le aziende di rating (tutte statunitensi) si erano sbagliate (tutte) e che le banche di tutto il mondo e molte istituzioni e fondi pensione avevano acquistato e fatto acquistare dei prodotti a tutela del valore del capitale prodotti che non garantiscono né i rendimenti né il capitale ed è complesso oggi sapere se su quelli investimenti vi è del capitale effettivamente disponibile ed in che misura.
L’incertezza che avvolge l’entità ed i confini del disastro finanziario contrae i consumi ed il credito chiede maggiori garanzie ed oneri finanziari alle aziende ed alle famiglie, che fanno più fatica a finanziarsi nel mentre che le aziende debbono ridurre la produzione (e l’occupazione) poiché si compra meno.
Così è in gran parte dell’Occidente ed in alcuni dei paesi più strettamente dipendenti dall’economia nord americana, ma non è così in tutto il mondo.
Intendo parlare di come questa crisi si veda dalla Russia e cosa questo possa offrire uno spunto per nuovi approcci.
Per semplicità definiamo sinteticamente quel contesto : in Russia la finanza è un soggetto recente e dopo il default del 1998 la fiducia è sempre restata bassa, buona parte delle banche è legata a gruppi industriali e finanziari che senza problemi di conflitto di interessi le usa per finanziare il proprio sviluppo.Su 100 transazioni immobiliari solo un 15% vede il ricorso ad ipoteche, gli strumenti finanziari sono pochi, i tassi passivi tra il 14% ed il 18%, i tassi attivi tra l’8% ed il 10%, l’inflazione al 13%. Si importa molto e si produce poco, l’export sono soprattutto materie prime e strumenti dell’industria delle armi.Solo le banche occidentali su Mosca e San Pietroburgo finanziavano fino a 6 mesi fa, grosse operazioni immobiliari al 70% del valore dell’investimento nel resto della Russia invece al 70% del costo dell’operazione. Nulla a che vedere quindi con un tessuto come quello così gravemente investito dalla crisi in occidente, ma la crisi c’è. Tutti ne parlano. Tutti ne hanno paura. Mentre i prezzi delle materie prime calano e diminuiscono quelle entrate ed il budget federale attinge tranquillamente al fondo di riserva che si è accantonato negli anni in cui le rendita energetica era più alta e che potrebbe durare altri 2 anni, ma il governo abbatte le tasse e nel contempo paga le pensione in due rate, dando un segnale forte di crisi,modificando la percezione al consumo. Le banche occidentali ed i fondi esteri che hanno sostenuto l’impressionante crescita dei valori del mercato immobiliare moscovita sono ferme e gli investitori locali più liquidi giocano al ribasso proprio su quelle operazioni che i fondi esteri non sostengono più. I dazi crescono e si prospettano 200.000 espulsioni dal posto di lavoro mentre la Merill Lync (!?) organizza i suoi seminari sulla crisi al Ritz Carlton, che è uno degli hotel in assoluto più esclusivi e più cari, sempre pieno, un’autentica antitesi rispetto al tema.
Della crisi a Mosca tutti ne parlano, tutti la temono, ma pochi la vedono, anche perché guardano lì dove ci hanno abituato a guardare. Qui la finanza non è abbastanza evoluta da essere intossicata, la borsa è legata alle materie prime, la produzione minima rispetto alle dimensioni del mercato. Questa crisi qui investe un sistema finora sostenuto da un budget federale ricco grazie al forziere di materie prime che oggi è la Russia,budget usato per recuperare un deficit infrastrutturale ancora importante,ma è una crisi che investe una economia che non ha ancora superato il limite storico della pianificazione centrale di sovietica memoria ed in cui mancano ancora degli attori che sviluppino un diverso sistema produttivo più moderno, flessibile e vicino ad un enorme bacino di consumo.
Ad essere al centro di questa crisi russa oggi sono principalmente il ruolo futuro del dollaro negli scambi commerciali internazionali e la necessità di ricostruire un tessuto produttivo.
Se energia, infrastrutture e food sono i settori che meno risentono della crisi,tutto il resto apre grandi spazi al mercato. Oggi la sfida è produrre ed insegnare a produrre vicino ai consumatori,perché dazi,logistica,distanze non erodano i margini che su questo mercato restano di massimo interesse. Se non saranno le nostre imprese saranno quelle di altri paesi che hanno già cominciato.
Vista da Mosca la crisi globale è molto meno globale e forse di quella è un riflesso legato solo alla contrazione in atto sulle materie prime. Per noi è soprattutto l’opportunità di sviluppo di un mercato domestico dove la PMI può approdare con alleanze centrate sulla produzione, sul trasferimento tecnologico, la creazione di reti e sulla grande forza, mai sufficientemente compresa in Italia, del valore e della riconoscibilità del Made in Italy e forse in un futuro prossimo del Made with Italy su quel mercato.