di Cesare Scotoni - 07.12.2011

IL COMMENTO
CAMBIARE RISTORANTE O CAMBIARE DIETA
Solo pochi giorni fa si concretizzava quanto auspicato alcuni mesi addietro dai sigg.ri Veltroni e Pisanu (il primo un ex comunista e l’altro un ex democristiano) su un quotidiano nazionale : il governo Berlusconi si dimetteva senza prima porre la fiducia in Parlamento ed attorno ad un nome autorevole e conosciuto si concretizzava il più ampio consenso parlamentare mai riscontrato nella storia nazionale.
Una fiducia all’ idea di un cambiamento più che il sostegno ad un programma, un momento dove gli sconfitti dalla storia per i valori fondanti in un caso e per i metodi di gestione del potere nell’altro, potevano ribadire sul campo il valore da loro comunque attribuito ad un’ esperienza dove interesse del bene pubblico, senso dello stato, clientelismo e spirito consociativo confondevano i piani trovando comunque un compromesso, i cui costi altissimi, andavano ad alimentare l’ esplosione del debito pubblico (storicamente questo avvenne con negli anni ’80).
Oggi è un’altra era, quello che sentiamo è solo nostalgia del passato. Quello schema “largo” già malfunzionava 30 anni fa, quando l’Unione Europea era un’area di libero scambio, divisa in blocchi, non c’era Internet, la finanza internazionale aveva i vincoli che Clinton avrebbe rimosso, la Cina era il posto dove Craxi e “famiglia” andavano in viaggio di stato, Prodi era un boiardo dell’IRI per De Mita, c’era la leva obbligatoria, le televisioni private erano un’idea e l’Euro e la BCE avevano da venire.
Oggi le tasse, troppo alte su chi crea e da occupazione, al massimo possono servire a mantenere una parte della macchina statale, la redistribuzione della ricchezza sarà sempre meno mediata da quell’impianto e quella redistribuzione per concretizzarsi richiede salari più alti e creazione di nuovi posti di lavoro e nuove opportunità d’impresa. La stessa idea di salario orario minimo ed, in alcune aree del paese, di strumenti straordinari, destinati al cittadino e non ad alimentare “il carrozzone” si giustificano di fronte ad un rischio di profonda recessione.
La ricchezza non ha più patria ed il libero movimento dei capitali toglie prerogative allo stato nazionale. Può quindi cambiare qualcosa un governo la cui natura origina in schemi superati dalla storia? Può forse completare degli adempimenti che minano alla base il concetto nostrano di stato sociale che la politica non ha saputo giustificare ai mercati ed ai cittadini, ma difficilmente può pensarne uno nuovo.
Il Sud e le sue oggettive limitazioni non possono ridursi ad oggetto di sterile diatriba politica, sono problemi reali, con conseguenze reali per tutto il Paese e come tali vanno affrontati con classi dirigenti locali meno inadeguate e con strumenti innovativi. Il populismo è un sintomo e, purtroppo, lo si vede a destra come a sinistra, ma da consenso e per questo vi si ricorre. Oggi persone cresciute e formate nei decenni, sotto mutanti etichette, a banchettare ad un certo desco, scoprono che certe pietanze non si servono più e che il menù è cambiato. Invece di cambiare ristorante, o prenderlo in gestione e cambiare il menù, discutono dei ricordi con il cameriere mentre altri si saziano.
O cambiamo il ristorante o cambiamo la dieta, comunque scelte difficili da fare per chi vive nella nostalgia.





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